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mercoledì 17 dicembre 2014

Il mormorio

Sembrava un pomeriggio come molti altri: ogni tanto il silenzio veniva interrotto dal rombo di un motore, poi riprendeva con insistenza inesorabile.
Il caldo costringeva gli adulti a stare in casa, possibilmente a riposare , mentre i bar erano affollati di ragazzini che giocavano a biliardo.
I cani sonnecchiavano all’  ombra.
Qualche gatto dopo essersi leccato si distendeva al sole.
Nessuno immaginava che quella quiete, da lì a poco, sarebbe stata disturbata da un fatto brutto.
Ad un tratto sentii gridare Michelino, il nipote di una vicina dei miei nonni materni, in casa dei quali mi recavo sempre nelle estati per le vacanze: era accaduto qualcosa di terribile.

Mi affacciai per un momento e al pari di me sbucarono fuori molte teste, proprio come le lumache quando escono dai loro gusci dopo un acquazzone: chi si presentò alle finestre, chi ai balconi, chi alle porte, qualcuno scese per strada.
La nonna del ragazzino venne all’ uscio con i capelli ancora arruffati e in sottoveste, di quelle che non si usano più, e chiese notizie più dettagliate sull’ accaduto.
Come  di solito i bambini quando vengono interpellati con urgenza che rispondono tutto d’un fiato e non fanno capire nulla, così Michelino.
Intanto, attorno a lui cominciò a radunarsi della gente che, come per incanto, focalizzò però la propria attenzione su di una vecchia rugosa vestita tutta di nero: dal fazzoletto che teneva in testa , alle calze e alle scarpe chiuse.
A vederla sembrava una di quei personaggi di Alfred Hitchcock.
Si avvicinò con fare strano: in un primo momento alzò le braccia al cielo, in segno di disperazione, e poi con voce stridula, da brivido, cominciò a gridare.
Un uomo tornava dalla piazza con passo rassegnato.
Quando tutto ebbe inizio, io stavo poltrendo comodamente inabissata dentro una poltrona in compagnia di un vecchio Rubé di mio nonno, la cui lettura scandivo al ritmo cadenzato del tic-tac di un ottantenne pendola.
Non nego che in un primo momento fui disturbata da tutto quel ciarlare sotto le mie finestre, ma poi lasciai perdere il Rubé e mi concentrai su quelle voci senza volti.
Non riuscivo a distinguere granché, quindi scesi le scale di corsa e mi aggregai al gruppo di persone che assumeva dimensioni sempre più grandi: quasi una folla.
Man mano ci spostammo  sul luogo del fattaccio, ed io, spinta un po’ di qua e un po’ di là, finii nel pieno di una conversazione fra due donne: l’una chiedeva all’ altra se Antonia avesse lasciato una qualche traccia che potesse spiegare il suo gesto.
Ma quale gesto?


Un signore disse, senza girarci troppo attorno: A picciotta s’ammazzò!.
Appena quel tizio finì di parlare, come un velo che si squarcia e lascia vedere ciò che prima era nascosto, allo stesso modo mi venne in mente Antonia: bella ragazza, stranamente alta e con pelle chiara quasi diafana, capelli corvini e lisci, occhi come il carbone.
Certo che me la ricordavo, per forza, ogni estate la vedevo: almeno ogni dieci giorni andavo da lei a comprare le uova fresche.
Il mio cervello divenne un frullatore perso nei meandri della memoria alla ricerca di Antonia, di particolari di Antonia, quando il vortice delle mie reminiscenze fu bloccato da un altro scambio di battute tra le stesse persone.
Questa volta discutevano del ragazzo che aveva trovato il corpo.
Un carabiniere si faceva strada fra la folla, e intanto un uomo usciva dalla casa, venendoci ad informare della presenza di un misterioso biglietto.
In tutta quella confusione però non mi sfuggì un elemento importante, e cioè dove erano i genitori della ragazza morta?
Sembrò che qualcun altro si chiedesse la stessa cosa, poiché sentii formulare la mia perplessità a viva voce e sentii qualcuno rispondere che erano andati a cercarli.
Una donna molto giovane, certamente la madre del bambino che teneva in braccio e che aveva le dita sporche  nel nasino degno, fece un’esclamazione e così anche un vecchio signore che fumava una pipa puzzolente e che si sforzava di parlare in un italiano davvero originale: l’ italiondo, l’taliano del terzo mondo, come lo definii lì per lì.
Mi spostai più vicino all’ ingresso della casa dove due donne, non più tanto giovani, disputavano del fantomatico biglietto in cui già avevano trovato colpe e colpevoli.
All' improvviso sentimmo gridare un tale che chiamava Turi Ciaralla, il padre di Antonia, ed io ebbi un brivido attraverso tutta la spina dorsale che si acuì quando lo vidi obliarsi nell’ oscurità della casetta.
In seguito, poco tempo dopo, si mormorò che Turi appena vide la figlia, perse la ragione di colpo, e che la madre divenne canuta, con i capelli candidi come la neve di gennaio, e non proferì più parola.
E il biglietto?
Chi non ha conosciuto Turi Ciaralla, come era una volta oggi sa solo che è il vecchio pazzo e chi non conosceva la moglie oggi sa che è la muta.
E il biglietto?
A suo riguardo si dissero molte cose, ma la voce che circolò più di tutte fu quella che volle Antonia vittima della mentalità chiusa e ottusa di suo padre vittima a sua volta di un paese litigioso e arretrato.
Come andarono in realtà le cose nessuno seppe né saprà mai.
Ciascuno, negli anni a venire, si confezionò certamente una propria ipotesi e un’opinione tutta personale dei fatti.
Sono passati più di trent’ anni da allora, eppure, nonostante il paese si stia mettendo al passo con i tempi, affacciandomi ancora da quelle finestre, osservando i cani che sonnecchiano all’ ombra o i gatti che si distendono al sole, non posso fare a meno di provare quella insinuante sensazione di cose non risolte e di frasi mormorate.

Di Lucia Immordino da un’idea tratta da “La scomparsa di Patò
di Andrea Camilleri.