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martedì 27 gennaio 2015

Corrispondenze diacroniche

Estratti del romanzo storico-documentale "Quaranta giorni!" di Lucia Immordino.

Fogli di Sarah Tamar.

Anno XVI dell’era fascista

Primo giorno
Di questi tempi non è facile portare il mio cognome: Almansi Macchioro, ci sono le leggi razziali!
Ho paura, e credo che le cose andranno sempre peggio.
Mio padre teme per il suo lavoro all’Università: delle nuove
circolari non lo fanno più dormire la notte e di giorno lo rendono prudente e guardingo.

Secondo giorno.
Ci stiamo preparando al peggio!
Non possiamo più comprare il pane da Ninni; ci è assolutamente vietato: siamo ebrei!
Già papà non insegna più all’Università e mia sorella Esther non può più frequentare i corsi di letteratura della sua Facoltà. 
Lara, la mia migliore amica, è partita la notte scorsa con la sua famiglia: andranno in America.
Credo che presto andremo anche noi.

Terzo giorno.
Dalla finestra della mia stanza vedo molti prendere le loro cose e fuggire.
Ieri un funzionario del Comune è venuto a comunicarci che dobbiamo lasciare la nostra casa: troppo grande, e trasferirci in una più piccola.
La mamma, senza far trapelare alcuna preoccupazione cerca di organizzare il trasloco, ma io lo so che è preoccupata e triste: la notte la sento piangere e parlare sottovoce con papà.

Quarto giorno.
Oggi fa caldo. 
Sono stata invitata a bere un’aranciata fresca presso la mia vicina di casa non ebrea.
Vorrei andare ma papà ritiene che è più prudente non farlo. 
Non posso più uscire, non posso più fare spese, non posso più frequentare le persone che frequentavo, non posso più … nulla.
A quale “non vita” ci sta preparando il Signor Mussolini?

Quinto giorno.
Ho deciso di tenere questa specie di diario per fare il punto degli eventi: troppo veloci e strani.
Ieri notte ho dormito per la prima volta nella casa nuova; non ho dormito in verità, non ci sono riuscita: papà, in gran segreto, sta organizzando per tutti noi un viaggio ben più lungo, l’Argentina .
E’ in contatto con un suo amico di là che sta pianificando tutto.
Speriamo bene.
Io intanto ho paura.


Lettere di Leone a Sarah Tamar.

Aspromonte 9 VI 1929

Sarah Tamar,
rispondo: sto bene … se tu stai bene!
Per il resto: si va avanti. 
Si suppone, “con senso” e non “senza senso”. 
Altrimenti, a che pro?!
Anche se c’è un giorno festivo di mezzo, la presente vuole raggiungerti prima del 13: giorno dei tuoi esami.   
Fatti  onore!
Non rinunciare mai, neppure un giorno, ad essere felice: è il tuo dovere più serio ed impegnativo.
Il pensare agli altri, e lo studio oggi, per te, è strada a questo, passa attraverso il gusto e la letizia del tuo “vivere”.
Puntare alla felicità implica sacrificio, chi non lo sa? 
Del resto “liberarsi” di ciò che appesantisce la zavorra non è rinunzia: è addirittura “liberazione”.
Provalo, Sarah Tamar, per quanto riguarda l’amore: il vero amore di te, di chi ti sta vicino, di chi già attende.
“Ama et fac quod vis” ti direbbe Aurelius Augustinus Hipponensis, nella fattispecie S.Agostino: naturalmente quando l’amore non è burro e vasellina.
Ti auguro fin d’ora “buone vacanze”, mi piacerebbe che ci dessero occasione di vederci, che ne dici?
Il mio saluto ti raggiunge sempre con la cordialità più viva; ma resta 
inteso che è indirizzato anche a chi è nell’amicizia con noi.
Ciao.
Leone (l'ateo)

Aspromonte 26 IX 1929

Sarah Tamar,
… a mezza cottura non si può rimanere: hai fatto bene a iscriverti all’Università.
Rimboccati piuttosto le maniche e affronta la “singolar tenzone”. 
Il gusto della vita passa anche attraverso l’università … per chi può.
Tanti auguri … e che la fortuna, a tempo di esami, si tolga le bende.
Semplicità, prudenza, furbizia e occhi aperti: tu, le raccomandazioni, te le fai da te …
Domani non devi avere rimorso di aver perduto tempo e di aver sprecato energie e occasioni.
Meritare fiducia dovrà essere sempre tuo onore.
La mia estate, ancora una volta, si è rivelata buona: spero che il tuo concetto sul divertimento sia diventato più completo e quindi mi ci trovo. 
Tanto da augurarla, l’estate così, agli altri, te compresa. 
Una’estate è una vita, intendo: un condurre la vita, che faccia crescere nell’amore, che ci faccia riconoscere per quel che siamo, che faccia  gusto, che procuri la gioia intima della fedeltà ai propri principi, che ci faccia imparare, che ci faccia meritevoli di vivere (più che di esistere), che ci stimoli a buttar fuori dal cuore ogni paura …
Sarah Tamar, misura fatti e realtà con il tuo criterio, ama con il tuo cuore.
Tutto ciò che siamo e riusciamo ad essere attinge da noi. 
Con un forte abbraccio ti dico ciao.
Leone (l’ateo)

Aspromonte 4 II 1932

                                                                  
Sarah Tamar, 
in verità la tua lettera l’ho letta poco dopo averla ricevuta. 
Non curiosità però, bensì desiderio di sapere “di te”: in quanto a gioia, anzitutto. 
Ho constatato che al riguardo …  hai il pieno … brava!
Da questa parte, poi, non c’è impressione di tua noncuranza nei miei riguardi: coscienza di un cammino, questo si …
Un GRAZIE sentitissimo quindi, ancora, sempre, per la tua amicizia.
Te lo ripeterò quando ci rivedremo: e a promessa mantenuta.
Noto dalla lettera che il “sereno” comincia ad essere di casa dalle tue parti.
Quando appenderai il sole sul tetto di casa tua, faremo festa, va bene?
L’importante è, ne converrai, fare andare d’accordo il sole e il fiammifero.
Intendo la luce piena e le situazioni minuscole della nostra quotidianità.
Dobbiamo riuscirci, Sarah Tamar: tu per sete di fraternità, io per disposizione professionale.
Tu mi chiedi:” Come si fa ad amare chi non si conosce, se non si ama il fratello che si vede?”
Hai tenuto in conto, Sarah Tamar, che la difficoltà di accogliere, di amare, di trattare “il fratello che si vede” dipende appunto dal “vederlo”.
A me riesce più facile “amare” un turco che non vedo, anziché un uomo in camicia nera italiano che vedo e che fa di tutto per rendermi la vita impossibile.
Lasciami pensare sempre alla tua serenità e alla tua gioia: mentre ti assicuro, ancora, sempre, la più affettuosa benevolenza. 
Leone (l’ateo)

Aspromonte  13 II 1934

Sarah Tamar,
ti avessi scritto o ci fossimo visti, non mi considererei dispensato dal rispondere alla tua: la prima del ’33.
Un giorno o l’altro lo avrei fatto, anche se, come sai, a metà mese scorso avremmo potuto incontrarci. 
Sarà per le prossime occasioni …
La disoccupazione è fuori dai miei giorni, ma vorrei anche gustarmi le amicizie messe nello zaino. 
Sul momento resto “come il pellegrino forestiero in questo mondo” che ha “imparato, impara!, a far del mondo la sua casa”.
 Piuttosto tu, Sarah Tamar … sei serena? e brava? e studiosa? e “forte”?
Gli interrogativi non intendono riferirsi alla situazione emersa dalla tua lettera. 
Anche per una “incontentabile” (ahi, ahi ...) come te, l’anno nuovo deve fare vita nuova …
Lasciami pensare allora alla tua “voglia di vivere” saturata compatibilmente alle situazioni, al tuo sorriso, capace di cantare nelle difficoltà, alla tua innata saggezza sempre più matura …
Se pensi che mi sia messo a regalarti queste dimensioni della tua vita, sei in errore, semmai nel passato ti sei sbagliata nel non riconoscerti per quella che sei. 
Da qui certo nervosismo, lo sconforto rasentato nel constatare il mondo, quello vicino, non a misura delle tue sacrosante esigenze e dei tuoi diritti (se ancora di diritti si può parlare. 
Di questi tempi!).
Sarah Tamar, che vuoi? 
Illusioni e delusioni possono sempre essere pescati nel libro dei sogni per farne collezioni più o meno interessanti, ma la gioia ha da essere scavata “dentro”. 
Lo hai fatto nel passato, forse sul momento sei alle prese appunto, con lo scavare: si è che devi perseverare … “l’erba del vicino sembra, non è, sempre più verde della propria”. 
Pare che la distinzione l’abbia fatto, anche per te, Severino Boezio, stendendo le sue notarelle sulle considerazioni consolatorie della filosofia.
Ciao, Sarah Tamar: e ARRIVEDERCI !!! 
Leone (l’ateo)