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venerdì 24 aprile 2015

AAS LAB: Abbaiare

Due cagne.
Quell’attribuzione lo avrebbe aiutato a superare il matrimonio andato a male e il paese che gli avevano assegnato al Provveditorato era davvero delizioso: la scuola tenuta discretamente, i colleghi disponibili, belle ville, il corso in cui aveva trovato casa era area pedonale, i negozi erano simili a quelli della sua infanzia, la gente cordiale.
Certo, zona ancora in mano alla mafia (i suoi cani erano ovunque), ma lui non aveva intenzione di dare fastidio a nessuno: sarebbe stato bene.
Il tizio della Gabetti gli aveva fatto visionare diverse abitazioni: decise per un appartamentino al quarto piano, senza ascensore, con un grande terrazzo vista mare e campanile della chiesa della piazza (piccola ma ricca di bar, pizzerie e quant’altro di questo genere) e un balconcino che dava sul corso.
Sì, sarebbe stato bene.

Precisa comu li zulù: a munnizza così la dovevi saliare scala scala? Scala che tra l’altro non ti degni di lavare perché tu sei una signora, vero?!
Ma chi ti conosce, pezza ri sciacqualattuchi ca si!

Così ebbe consapevolezza del fatto che la piccola palazzina era abitata da altri oltre che da lui.

Senta professore, che ce l’ha un po’ di zucchero che mi è finito? Più tardi lo compro.
Professò, che glielo dice lei a ddra signora che sta ssutta ri lei che deve lavare la scala?
Professore, che mi accompagna a prendere la macchina che i vigili me la fecero portare via col carroattrezzi per la processione della Madonna? … non vidi l’avviso.
Professò, a virità: io le sembro fuoddri?
Quella è una pazza da legare con le catene: non sente la musica? Mette le canzoni napoletane a tutto volume per fare dispetto a me, ma io me ne fotto!
Prima o poi la denunzio a chissa tutta scimunita!

Un giorno scese di corsa che era in ritardo e scivolò su chiazze di olio sparse per le scale: si macchiò il giubbotto firmato, le scarpe firmate, la tracolla in pelle firmata, per fortuna lui non si fece nulla. Chiamò il padrone di casa, nonostante fosse ancora presto, e gli raccontò l’accaduto, poi sollecitò perché mandasse qualcuno a pulire per evitare che altri si facessero male.
Da allora, mancava qualche mese alla fine della scuola, imparò a salire le scale in punta di piedi, a non aprire quando una delle due suonava il campanello della sua porta e soprattutto si comprò dei tappi per gli orecchi per non sentirle quando urlavano e si aggredivano verbalmente per le scale.
Finito il suo mandato, non confermò per continuità con la scuola, né rinnovò il contratto dell’appartamento.
Dai cani della mafia non ebbe mai alcun fastidio.

Lucia Immordino