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venerdì 8 gennaio 2016

Diminutivo dimensionale (la casa del sindaco D'Amato)

Te lo ricordi il sindaco D'Amato? 
Me lo ricordo, abitava a Santa Nicolicchia. Hanno riaperto da poco la sua casa, andiamoci, ci sono arance ed erba - che manco cinque minuti e la Madonna di mare sbucciava agrumi e la capra di Cicciuzzo Cicciò masticava trifoglio.

Questa villa il sindaco D'Amato la lasciò alla moglie e a due nipoti, che ancora erano piccolini - morì nel 1976 -, tra questi alberi passeggiava i cani, uno si chiamava Fofò, un altro Nerone, gli passava il tempo a pettinarli. 
Nel testamento augurò alla moglie un'esistenza lunga e felice. Esattamente, che Donna Franca Cefalù - sua moglie - lo raggiunse venticinque anni dopo, ma verde di bile perché l'amministrazione comunale voleva piazzare le vasche del depuratore tra i suoi alberi.
Morta lei le chiavi della villa passarono prima al fratello di Donna Franca, il generale, e poi alla moglie, Franca pure lei (che del sindaco era cognata e cugina).
Me lo ricordo il fratello - dice la Madonna di mare - distribuiva caramelle e torroni a destra e a manca, a me li portava sotto l'altare, capra mia, meglio delle rose! 
Durò poco, un paio di anni e morì pure lui. E quindi le chiavi della proprietà - in attesa di una divisione - le tenne la moglie del generale. 
Diecimila lungaggini per dividere, che ad uno dei nipoti - con il supporto di un tecnico geniale - volevano rifilare una lavanderia con un muro in mezzo, vuol dire a Berlino i muri li tolgono e a lui volevano metterglielo sotto il naso. Insomma, passarono altri anni in attesa che il Tribunale mettesse da parte quella genialata del muro e ripartisse com'è di giusto.
Quest'anno finalmente tutti hanno avuto il loro pezzo, e quando i nipoti hanno aperto la casa, ebbero la sorpresa: svaligiata. La cognata e cugina Franca si era portata mobili, quadri, tutte quelle cose che disse appartenevano alla famiglia del marito. Si portò pure i lampadari, per lo stesso motivo. Poco male. Mancava pure la scrivania del sindaco D'Amato, che quella la regalò, pure che non apparteneva alla famiglia del marito, ad uno a cui Donna Franca aveva riservato le migliori maleparole di questo mondo (era consigliere comunale ai tempi che il Comune voleva fare il depuratore).
Non ci si può credere. E nel salotto?
Nulla, lasciò solo due divani, un paio di bomboniere e un documento, il passaporto del sindaco D'Amato - per terra, in mezzo alla polvere. 
La foto del sindaco mostra un uomo con i baffetti rifilati e gli occhi puntuti e autoritari; che il passaporto forse fu lasciato lì perché non apparteneva alla famiglia del marito. Sicuramente.
Lo sai com'è che Donna Franca Cefalù chiamava sua cognata?
No.
Usava un diminutivo che può sembrare vezzoso... Francuccia. 

Giorgio D'Amato