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mercoledì 20 aprile 2016

Figlio mio

Eppure lo aveva visto lì, disteso sul tavolo dell’obitorio con la faccia tumefatta e l’addome gonfio pieno di garze: il guard-rail gli aveva sfondato lo stomaco e il cuore.
È morto sul colpo - le aveva detto il medico – è stato fortunato perché non ha sentito dolore.
Non ha sentito dolore - ripeteva lei quando parlava con qualcuno e poi aggiungeva – quel poveretto - come se si trattasse di qualcun altro e non del proprio figlio, un estraneo.

Eh sì, perché quello non poteva essere figlio suo (suo figlio era andato via tanti anni fa), quello era solo uno che a malapena gli somigliava!
Avevano chiamato lei per sbaglio, certamente era andata così, poiché addosso al ragazzo avevano trovato i suoi documenti, semplice.
Forse era un amico o forse qualcuno che glieli aveva rubati. 
Perché no! 
Figurarsi, neanche gli somigliava tanto, era più basso, più scuro, poi quell’occhio gonfio fino a scoppiare, viola, non poteva essere lui. 
Ma forse un poco, una cosa minima: qualche tratto di rassomiglianza qua e là.
Era questo che ripeteva ai suoi compagni, nella clinica psichiatrica dove si trovava ricoverata, quando non guardava fuori dalla finestra fino all’ora del sonnifero notturno o quando il suo sguardo, proprio di chi sa ma non vuole accettare la realtà, si sforzava di leggere un vecchio articolo di giornale che tirava fuori dalla tasca della giacca.
Lo scorreva tutto, ne indagava spazi e virgole quasi a penetrare un’altra verità, quella che lei avrebbe voluto, ma poi, rassegnata e con un filo di voce sussurrava: figlio mio.


Lucia Immordino