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giovedì 19 maggio 2016

Senza fame

Gole adatte per metterci le dita dentro. Ugole vogliose di arti propri, mai altrui. Maria a spingerle giù a forza, usa tutta quella che ha per vomitare, anche le brutte faccende, a pezzi. Ricordi, momenti di vita tritata. Le brucia l'esofago, ultimi motivi la spingono a farlo, segreti che vedono luce così. In quella poltiglia, ingredienti distrutti da processi digestivi, che le cose acerbe vanno gettate tra quello che non è riuscita a fare maturare.

Rabbia di cuore, bile di fegato. Le cure non avute, un futuro di bocche che non masticano il cibo che lei ha preparato per loro, e allora deve farlo lei, necessariamente, ingoiare e triturare con i denti ciò che vorrebbe annientare. Molari all'opera. Cibo stratificato in chili che scendono sui suoi fianchi, strati che la proteggano dai colpi, ganci e affondi, che la vita le tira, centimetri di carne, strati adiposi a cementificare ferite, duroni contro cattiverie, vomito e bruciore e poi tutto giù ancora domani e l'altro, dentro fino all'ultimo boccone. Maria non ricorda nomi ma volti, chi le parla le regala da mangiare, lei si difende, protesta, ma conserva gelosamente quei chili in più. A protezione. Il cibo droga dolori, poi scema odori di spezie, le libera l'aria da fermenti morti, difende la sua vita. Il suo grido di protesta con le dita in gola, il suo non capire e le abbuffate notturne; gode sapori e sazietà; dentro al frigo cerca i sorrisi non avuti, gli abbracci mancati, un ti amo negato; si arrende e lascia andare tutto nel lavandino. Guarda il risultato, miscuglio finale, ama l'insieme delle cose. Ne ritrova il senso. Ci dorme sopra, si alza e ricomincia a introdurre cibo dentro la bocca. Piena, poi, butta via tutto, la testa piegata.


Nina Tarantino