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martedì 18 ottobre 2016

Zeruzeru

Nella riserva naturale di Biharamulo, nel nordovest della Tanzania, un sentiero sterrato coi ciottoli bianchi porta a un grande banano che rinfresca con la sua ombra delle capanne.
Tutt'intorno ispira quel tipico silenzio che precede le grandi occasioni. Alcune donne ornate con paramenti solenni, di celebrazione, bisbigliano tra loro.
Dall'interno di una delle casupole, dopo tanta attesa, al calar del sole finalmente  giunge il vagito di un bimbo: è il segnale per cui le donne inghirlandate cominciano un canto ammaliatore, una preghiera di benvenuto per il nuovo nato.
Mentre si lamentano e si muovono come giunchi al fluire della corrente, lo sciamano del villaggio esce dal casotto portando in braccio una neonata con ancora i brandelli di placenta tra le gambine e si allontana dalla comunità.
È una Zeruzeru: il canto ipnotico si pietrifica, il ritmo si frantuma.
Jelani, che vuol dire potente, ha mani e piedi legati, un pezzo di scotch adesivo sulla bocca e un occhio tumefatto.
Da un buco della baracca, dove si trova immersa nelle sue feci e nel suo stesso sangue, vede che fuori è buio. L’ultima volta che ha ripreso conoscenza era in viaggio dentro un tir e le sembrava giorno.
Ha il basso ventre che le brucia: in quanti saranno stati questa volta? Non riesce a muoversi perciò rimane piegata in due.
Da fuori sente parlare, ridere sguaiatamente: voci e lingue straniere. A chi l’hanno venduta? Quando la uccideranno? Perché non l’ammazzano subito?
Lei lo sa il perché: ogni sua parte è preziosa, nel senso che costa molto.
È intontita dal dolore eppure non sta sognando gli spari né le grida che sono esplosi fuori, così, di botto. Le sembra di sentire pure gente che scappa.
Prova a muoversi ma ha male in ogni muscolo e in ogni osso: a stento riesce ad alzare la testa. Fissa il buco della catapecchia. Un lungo silenzio. Poi qualcuno apre la porta con un calcio. Jelani fa finta di essere svenuta.
Ascolta una donna che urla ordini e subito dopo avverte che delle braccia forti la sollevano dal lordume in cui giace e la stendono su qualcosa di morbido. La donna le lava e le disinfetta il viso (sa che è lei perché lo fa gentilmente). Prova anche a svegliarla sussurrandole con dolcezza.
Forse ce l’ho fatta, pensa, e schiude impercettibilmente l’occhio buono.

Lucia Immordino