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venerdì 25 novembre 2016

A misura

L'Arno corre ovunque. Il freddo punge le gote e arrossa gli occhi a guardare la città che si addormenta mentre stringo la cinta del mio trench e continuo a strusciare i tacchi degli stivali; e lui in un attimo teorizza una funzione matematica e non abbiamo neanche una lavagna a casa, dimostra con un sistema lineare che vorrebbe andare via ma resta tra umidità e vecchie mura chiuse.
Traffico lento, anni trascorsi veloci e una città che in un miraggio ti vedo un fisico; e tu indugi tra seni e coseni, tra polinomi e integrali, energia cinetica e potenziale e miro la tua trasferta a tempo indeterminato. Il pizzo della mia sciarpa carezza momenti ludici di spazi passati e a più dimensioni, tempo relativo di bimbo che ama leggere e ama le gru - da grande voglio fare le gru! Guardo la torre non dritta che in tanti visitano, che nessuno urla ecchecazzo è storta! (io lo faccio) puntuale pendente verso destra o sinistra, a piacimento. Il culo non mi può ingrassare che il pane qui fa schifo e sogno la spiga di casa, e la Signora Ciccina con le uova sotto il tavolo che ci tiene le galline. Ora si è trasferita qui per lavoro, anche lei sogna il pane e le uova di casa sua, ricorda quando le contava e le catalogava a misura, anche le uova. Se ti fai male ti ammazzo! C'è cavuru! Minchia! Domani non vengo! Talè! Qua non si sentono cose così! nemmeno una parola. Il cestino del pane al ristorante se lo riportano indietro pieno e non mi arrivano palloni calciati in testa, marciapiedi bagnati solo se piove, il bianco dei visi mescolato a quelli degli extracomunitari si confonde col manto stradale e il muretto, nessuna scritta nessuna buca; qua si differenzia il buongiorno dal buonasera e nessuno mi chiede cosa ho cucinato oggi. Si differenzia in cassonetti di tutti i colori e c'è posto anche per le cose da gettare via. Mamma preparati in una radice di due pi greco e mi chiarisce che sono 5 secondi circa, esattamente 4,444; fai con comodo: cappello sciarpa maglione giubbotto calze scarpe quanta roba troppa roba, in un gioco di togli e metti, caldo freddo fuori dentro o se vi piace di più entra esci spogli vesti. Quanto tempo perso in dinamiche convergenze climatiche, in diagrammi di previsioni meteorologiche. Una lezione di acustica e ti ascolto mentre ti fai grande ancora più grande e poi piccolo piccolo sulla strada di ritorno verso casa. E ogni mamma tiene il proprio punto di vista con teleobiettivo, avvista ogni minimo granello corpuscolare di polvere ovunque, una panoramica a tappeto sul divano e sotto, e poi sul letto un grandangolo sui cuscini schiacciati a panella e zoomata finale con messa a fuoco sul piumone corto, che te lo tiro e mi sveglio ancora a controllare che tu sia coperto, che il tuo respiro sia libero, zanzare a cornice del letto, pigre che vorrebbero il tuo sangue ma fa freddo per muoversi e nei sottovasi restano a depositare le uova, e le zanzare non lo sanno e nemmeno la Signora Ciccina. Il freddo le ha rubato memoria. Non mangia più uova e pane. Ogni mamma ha una bilancia oculare - sei dimagrito, che ti cucino? Ma la percezione del campo visivo la perde quando guarda nel cassetto delle mutande, ecco dove si erano cacciate! Ma è troppo tardi, ne ha già comprate due dozzine giusto per accomodare, copriti che fa freddo! Qua le fontanelle aperte e i rubinetti funzionanti (cose mai viste) la carte nei cestini e le urla della gente restano strozzate nelle gole chiuse, molti a faccia in giù guidano passi veloci, che tutti sanno dove devono andare e tu resti qui che io non avrei più dove metterti. Gli aerei solcano il cielo: alla luce il rombo, di notte un puntino.

Nina Tarantino