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lunedì 3 aprile 2017

La zia Palidda e il davanzale


Minnuta tipo venusia, a punta le teneva, e grosse. Reggiseni rivestiti di rigida fodera per averle ancora più tese, per non raschiarle a contatto dei tessuti e per non trasparire: neanche l'ombra si doveva vedere; l'ombra dei capezzoli che si potevano solo immaginare e per il resto sposare, nel caso si volesse poter affacciare e godere di quella vista.

Opera di sua madre, concetti e tradizioni e la borsetta uguale alle scarpe e ai guanti di raso, il vestito di taffetà rosa pantera a fiori grandi giallo limone, gira sole che ti fa luce al viso e gira verso quelli più belli. Erano in tanti. Ma lei era di gusti difficili e non si decideva mai, gli uomini li faceva aspettare troppo e li perdeva strada strada. Un culo della madonna non lo voleva, se ne andava a ballare - lascia stare i santi che si pregano e basta, figuriamoci cosa potrebbe succedere: la madre superiora non si tocca! A scuola dalle Orsoline e pure la Prima Comunione, che ci voleva avere le ali per vedere le cose belle che erano scritte sul libro di Catechismo. Suor Agata le diceva - implora aiuto che lui ti risponde, guarda con gli occhi in su che ti ascolta, che si avvera. E la zia Palidda ci credeva e ci guardava, si manteneva in vita, in lungo anche a mezzogiorno: bella girasole a Primavera, un occhio al Crocifisso al muro ( classe terza C, primo piano in fondo alle scale ) e un occhio al cielo anche quando pioveva e il sole rientrava. Alza la testa e le mani, e gli occhi. Non ti toccare non dire parolacce non mettere le mani dentro al naso e in tasca. Non usare gambaletti antistupro allunga i capelli e guardati le spalle. E alla lunga la zia era diventata strabica ma era un incanto. Ogni domenica andava in chiesa, uno spettacolo per vecchietti pervenuti all'alba. Conzata di tutto punto, era primizia e bisestile parvenza di equilibrio. Gli occhiali da sole fucsia pop spezzavano il giallo segnale, colore della sua capigliatura abbondante levata da bigodini. Cilindretti colorati rigidi di forma perfetta. Egocentrica, alto senso estetico, parrucchiera nell'intimo. La zia Palidda rifletteva: le piaceva guardare se stessa sulle vetrine, sui cucchiai girati, lama di coltello per controllare denti e rossetto uscito dai contorni, era festa per lei tutti i giorni. I peli li tirava con la pinzetta e sulle sopracciglia un segnale orario ( mezzo cerchio ) dal trigemino al centro del setto nasale, con la matita nera kajal se la disegnava. Che nervi farle uguali! Ci volevano occhi a guardarla. Un vestito stampato a colori e un cappello a falde larghe nel suo pianeta cercavano campo, era un fiore. La sua natura aveva fame di complimenti e attenzioni. La zia tester, ( la chiamavano ma non ho mai saputo il perché ) accendeva la luce e poi usciva fuori dalla stanza a fare altro. Ballare il suo passatempo preferito, Celentano in tv, yuppi du yuppi du nel sangue, il virticchio ai suoi piedi. Lo zio Calò la guardava imbambolato. Avrebbe fregato volentieri nell'armadio e nei suoi cassetti. Un occhio avrebbe dato per lei, la teneva nel cuore. Riso in bianco ogni tredici Dicembre dal 1960 al 2000. Un trapianto di cornea a uno dei suoi occhi. Fu uno scambio alla pari. E chi si è visto si è visto! Correggere lo strabismo di Venere dettato dall'abitudine di guardare a destra e a manca. In un occhio! Così i colori dei suoi fiori andarono verso l'autunno, poi l'inverno. La zia Palidda scemò gradazione, conobbe sfumature di circostanza. Lo zio Calò invece comprò camicie alla Bradford style - è tropicana, ye! Un italo americano in vacanza, cappello verde ramarro in paglia sulla pelata, sandali alla francescana rosa shocking e tappinelle alla Briatore in velluto rosso aragosta d'Inverno. Si scrisse pure a una scuola di ballo. Cha cha cha, rock and roll, valzer, salsa. Un ultimo tango a Canicattì. Si voleva confessare. Le chiese chiuse.

Nina Tarantino