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venerdì 3 ottobre 2014

Senza un ultimo saluto

Quella mattina in ufficio pensava di essersi salvata, leggendo negli occhi dei colleghi la stessa paura che fino a qualche giorno prima aveva attanagliato la sua gola, ma la telefonata del fratello, rimasto a casa, la smentì: il postino aveva recapitato un telegramma, era stata licenziata.
L’unica parola che ricordava di aver sentito di quel breve testo anonimo, ascoltato in un attimo, mandato giù d’un fiato, come un bicchierino di liquore forte bevuto nelle fredde mattine d’inverno, era quella: licenziamento.

Un desiderio improvviso di mettere ordine la colse impreparata. La sua scrivania era un eterno caos. L’una sull’altra, c’erano pagine e pagine di documenti, un paio di penne, da qualche parte, tra quelle carte, il mouse, post-it appiccicati sul bordo dello schermo del pc e fazzolettini, appena tirati fuori dalla borsa.
Mentre era assorta nei suoi pensieri ascoltò, le voci sempre più insistenti dei colleghi provenire dalla stanza attigua. Uno di loro aveva cominciato a piangere, gli altri lo stavano consolando, mentre tra le lacrime piagnucolava: ”Come farò? Io sono monoreddito; lo capite?”.
Bisognava organizzare una risposta decisa, occorreva scrivere alla stampa, far sapere quale ingiustizia si stesse compiendo in quell’ufficio; l’ennesima di questa terra amara e sfortunata.
All’ora di pranzo decise di tornare a casa, era stanca.
Il viso sorridente della figlia adolescente la accolse; attorno al tavolo della cucina trovò anche l’incolpevole messaggero e la madre, che la guardò con occhi ricolmi di affetto. E, per la prima volta durante quell’intensa mattina, sentì il bisogno di piangere. Aperto su quel tavolo, in una confusione di telecomandi e tazzine di caffè, il cablogramma. Lo lesse, lo ripiegò e lo mise in borsa, inserendolo in una delle pagine dell’agenda che teneva sempre con sé.
Inevitabile fu per lei ripercorrere le tappe di quegli anni di lavoro, diciassette in tutto. Banale la battuta sulla cabala ma pensò per davvero di tentare al lotto un ambo secco su Palermo, 5, il giorno del licenziamento e 17, gli anni di servizio. La poteva fare ancora più lunga, aggiungendo 45, quanto i suoi anni, 12 come il numero degli “apostoli” che l’avevano licenziata (in questa storia manca Gesù) tra cui vi era anche quel giuda, esecutore materiale del telegramma, e 4 perché le piaceva, centrare una cinquina sarebbe stato l’ideale.
Salì in macchina per rientrare in ufficio dopo appena un paio d’ore. Ritemprata dagli affetti.
In netto contrasto con il dato di realtà rappresentato da quelle poche righe in un anonimo testo, non percepiva appieno la portata di quella misura.
Adesso, però, mentre guidava verso il lavoro, si sentiva oppressa, una sgradevolissima sensazione che le ricordava, come il suono di un campanello stonato, che bisognava voltar pagina e in fretta.
Lei che per anni aveva partecipato alle battaglie per rafforzare le tutele dei lavoratori, che aveva posto, senza ma e senza se, l’accento sulla necessità di accordare a quel gruppo eterogeneo di dipendenti, l’anzianità di servizio, prima disconosciuta, adesso si trovava disarmata di fronte al fatto compiuto.
Percorrendo in auto la consueta strada, tra stop di semafori e bretelle di raccordo, ripassava i ricordi più significativi di quei lunghi diciassette anni.
Come spesso accade, era stata una coincidenza a portarla a quel lavoro lì. Era così giovane. Un colpo di fortuna, come le dissero in tanti, qualche giorno dopo l’assunzione. Le spiegarono che riuscire a ottenere una lettera d’incarico con busta paga e contributi regolari era quanto di meglio potesse accaderle, addirittura le dissero che quell’assunzione era una sorta di anomalia del sistema, un fatto raro. Era la Sicilia, mica la Danimarca, sottolinearono.
Capì che una dose d’invidia era stata rilasciata nell’aria a suo discapito, ma si fece forte e si gettò a capofitto nel lavoro.
Seduttiva e professionale, era stata riconfermata anche quando il datore di lavoro aveva cambiato volto. Una certa fama la precedeva, la serietà l’aveva premiata.
Nel frattempo si era sposata, diventata mamma, separata, acquistato casa, acceso mutuo infinito, trovato l’amore, perduto l’amore, costruito legami, capito meglio la vita, conosciuto il lutto; in una parola, aveva vissuto.
Rispetto a molti altri suoi colleghi aveva raggiunto qualche obiettivo  di cui poter andare fiera e primo fra tutti quello di aver costruito per se stessa un ruolo, una professione, dal nulla.
La sua forza la traeva da quella consapevolezza.
Andava riflettendo e ripensando quando, bloccata all’ennesimo incrocio intasato come solo al Sud si riesce a fare, si accorse di un uccellino fermo sul ramo di un albero spoglio. La pianta, non più giovane, era costretta ma anche sorretta da una ringhiera protettiva, una di quelle che si installano quando le piante sono ancora virgulti e vanno accompagnate nella loro crescita perché vengan su dritte e robuste. Ma quell’albero aveva davvero ancora bisogno di quei ferri di protezione? L’uccellino, così sembrava dirle, per ogni stadio c’è un equilibrio.
Di colpo si rese conto che non sognava da un sacco di tempo e comprese quanto la staticità di quegli anni fosse ormai un equilibrio apparente, fatto, invece, di precarietà.
Rallentando la marcia, mise la freccia e accostò al marciapiede, poi spense l’auto. Scendendo dalla macchina, guardò in profondità l’ultimo corso che la separava dal parcheggio riservato ai dipendenti e seppe che il suo destino era cambiato. Progettava già di metter su una piccola società, tutta al femminile, che desse vita a una piccola biblioteca privata, con sala da lettura annessa. Un luogo accogliente dove il tempo avrebbe rintoccato un ritmo più lento, ci avrebbe messo un paio di tavolini per il tè e una vetrina con qualche oggetto manufatto dalla sua amica Valentina.

Risalì in macchina e non tornò in ufficio neppure per un ultimo saluto.

Cinzia Di Pasquale