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venerdì 26 giugno 2015

La leggenda del pianista sull'oceano

Sei sulla scaletta, cappello, valigia, cappotto di cammello – tutto pronto – e la città  brulica di auto, persone, vite, molte di più che duemila alla volta, i tasti di un pianoforte che non puoi suonare. 
Il mare ancora non lo perdoni, ci sei stato sopra per tutta la vita e non t’ha mai parlato. Però adesso lo sai, al centro della scaletta, che la vita è immensa e non è il particolare della labbra della ragazza, non è il suo volto nella cornice della finestrella  - lei cerca qualcosa che non sa cos’è, sorride, si sfrega il viso con un panno, sbatte le palpebre, sospira, schiude le labbra, il vento le getta in faccia i capelli, lei li scosta, si stropiccia un occhio e ti guarda e tu hai letto la sua persona, hai suonato di lei; lei è un’immagine, proprio quando sembri perderla ricompare, si volta e le tue dita la inseguono sui tasti del pianoforte, anche loro le scompigliano i capelli e in quel momento non c’è altro che un’immensa dolorosa bellezza, la perfezione del suo cammeo nell’oblò e appena lei diventa vera la bellezza svanisce, la ragazza si perde nelle strade che si srotolano senza fine, dissolta tra il fumo delle ciminiere, assorbita nel mondo di fuori, nel mondo reale che non esiste, non c’è niente oltre la nave.