“Fino a qualche decennio fa, in ogni processo per violenza carnale, l’avvocato difensore dell’imputato non mancava mai di citare poche parole di Ovidio nell’Ars amatoria: grata est vis puellae. La forza gradita alle fanciulle che, nella mente di un autore di duemila anni fa, stava a significare la giusta, diciamo così, pressione che un uomo doveva esercitare per spezzare la doverosa ritrosia femminile, così che quest’ultima non si trasformasse in facilità e scarsa serietà”.
