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giovedì 3 aprile 2014

Come ubriaca nella tua tragedia



Mio padre non mi guardava mai. Voltava le spalle per andare incontro alla sua vita, malgrado le proteste di sua moglie. Le urla mi trafiggevano i timpani, le loro notti agitate mi rimangono in fantasie gelose della loro intimità. Mi sono innamorata di te perchè mi tratti allo stesso identico modo. Mi giri le spalle e vai dritto per la tua vita, dopo avermi lasciata con la bocca piena di sangue, perchè l'amore è più bello se si vede il sangue sulla pelle.
Mi porti tante paste alla crema, e anche a rimpinzarmi nei locali che fanno la pizza che sembra un elastico. Ma tu mi ami, trascinandomi come ubriaca nella tua tragedia.
Mi sono innamorata di te quando mi hai riempito la pancia e dopo il primo è venuto il secondo e poi il terzo. Mi sono innamorata di te, ma ora basta. Basta. Non riesco neanche a guardarmi la punta delle scarpe e tutte le mattine salto giù dal letto per colazioni, asili, scuole, biancheria, lavatrici, cucina, scuola, bambini, compiti, mal di testa e mal di pancia. L'acido della bile mi sta inondando la faccia. Sono gialla, itterica. Morirò stecchita sotto ad un tavolo o ad un angolo della strada, seppellita dalla spesa.

Tua madre non mi voleva. Appena sentiva che eri cresciuto ti serviva la tua più fumante pappa preferita, annebbiandoti il cervello da non capire chi era che dovevi amare. O lei o me. Non potevi scegliere. La scelta era tutte e due. Ma lei mi odiava a tal punto che godeva se mi facevi male. Il suo sorriso tra i denti lo captavo solo io e riuscivo a farmi male.
Fino a farmi venire lo stress di farmi male senza rendermene conto. La mascella cominciava a tremare in maniera incontenibile, i capelli a cadere lasciandomi chiazze di alopecia. Poi uscivo nel sole e mi mettevo a dipingere. Fiori, mari, chiese, gatti e soli. Il sole era l'unica cosa che avrei voluto sempre con me. Da togliermi il freddo che sentivo. Volai per scomparire.
Lasciami andare amore, io voglio vivere. Voglio vivere ti prego. Lasciami viva. 
La sberla arrivò inaspettata e poi ancora un'altra. 
Non so da dove sanguino, ma sanguino. Orecchie, naso bocca. Occhi che non riesco ad aprire. La spalla, si ecco la spalla è incastrata tra il muro e la libreria. Mi muovo piano, te ne sei appena andato. Riesco ad aprire gli occhi tra i capelli insanguinati: le palpebre gonfie mi rimandano una luce accecante, ma desidero quella luce, per mettermi in salvo. Lontano.
Quanto lontano? Non so adesso, so che è solo lontano che posso andare. Posso chiamare il 118, oppure la polizia.
Il cellulare è dentro alla borsetta. Mi trascino. Devo fare presto, ma devo fare con calma. Non perdere l'attimo, centrare lo scopo. Lo cerco con un occhio solo, compongo il 113. Una voce dall'altro capo. Sono ferita, venite presto biascico. Non capiscono, mi sforzo. Do l'indirizzo e crollo. Arriveranno. Ormai arriveranno. Ed io potrò vivere.
Mi darei un bacio ma non posso. Aspetto. E' finita.