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martedì 8 novembre 2016

Questa città

Oggi Ciccio cucina. Taglia sedano, carota e cipolla a pezzi piccoli, più piccoli che può. Poi, mentre versa il macinato di manzo e quello di maiale sul soffritto che sfrigola, cerca di ricordare quanto tempo deve cuocere, rilegge il messaggio con le istruzioni su Whatsapp, ma doveva sembrare irrilevante: decide che lo sarà anche per lui – finché non è cotto, pensa. Nel frattempo mette dell’acqua a bollire, poi ci versa il riso. Controlla su uno scontrino quanto è costato lo zafferano. Mentre il riso e il ragù cuociono, prende il pane dalla credenza sperando che si sia solo indurito e non ammuffito e nota con sorpresa che così è: ne fa pangrattato con la grattugia che non è sua. Si rende conto che nessuno farebbe un lavoro del genere per una persona sola – al suo posto chiunque starebbe mangiando pizza surgelata – ma i coinquilini possono essere utili ogni tanto e il ragù si può congelare e farci la pasta quando gli va. Esegue gesti precisi, lava tutti gli utensili appena può senza creare pile nel lavandino, mescola spesso, assaggia. Poi affonda le dita nel riso e vede le mani di sua madre, i chicchi gialli appiccicati, il modo in cui dà loro una forma concava, la cura con la quale avvolge il ripieno con altro riso. 

Dopo aver fritto, si siede davanti al televisore che non è suo. Addenta un’arancina – in fondo sapeva fin dall’inizio che non sarebbero state buone come quelle di sua madre. Davanti a un game show Ciccio pensa, pensa che la televisione fa schifo in tutti i paesi. Era bella la sensazione il primo giorno che è andato in giro a lasciare curriculum, quando è entrato in un negozio perché aveva visto un cartello sulla vetrina dalla fermata e aveva ancora tanto da aspettare per l’autobus, e gli avevano detto di tornare il giorno dopo. Si era sentito capace di qualsiasi cosa, forte, sicuro. Pensava di fare qualcosa di eroico trasferendosi in un altro paese e trovando subito lavoro, un lavoro qualunque, dimostrando di non essere snob, andando a lavorare anche quando stava male, ma non c’è niente di eroico, non più che in quelli che nel suo paese lottano per avere una casa, dare un’istruzione ai propri figli, sposarsi, mangiare o semplicemente poter andare in vacanza quest’estate; sicuramente meno che in quelli che si ritrovano una guerra in casa portata da lontano e fuggono per sentirsi chiamare invasori. 
Fuori piove un po’ meno di ieri. In questa città non c’è nulla di eroico nelle cacche dei cani, nei materassi e i frigoriferi e i forni e i divani abbandonati vicino ai cassonetti, nulla di eroico nel capo che ti passa accanto sulla sua Audi mentre stai tornando a casa sotto la pioggia, nulla di eroico nelle ragazze scalze e ubriache nei McDonald’s alle due di notte, assolutamente nulla nei mendicanti fuori dai supermercati e nei ragazzi che gli tirano addosso monete da cinque centesimi, nulla, nulla di eroico nella donna che all’incrocio cade una, due, quattro volte nel tentativo di camminare e portare con sé la sua borsa e le scarpe che si è sfilata, e barcolla e all’ultima caduta sbatte la faccia contro il marciapiede. Quanti volti ha la miseria umana?

Valeria Balistreri