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lunedì 10 marzo 2014

A prima vista

Quando apparecchio il tavolo 26, ci penso sempre. Ne è passato di tempo. Due, tre, quattro anni forse. La prima volta che lo incontrai era una rovente giornata di luglio. L’asfalto trasudava calore, come un piano cottura. Stavo risalendo Via Maqueda pensando ai fatti miei, quando lo incrociai. La sua figura attirò subito la mia attenzione. Indossava occhiali da sole modello mosca, portava una zazzera color carbone raccolta in un codino, aveva le spalle larghe e una pancia molto vistosa. Le gambe, invece, erano sottili, il viso era piatto e spigoloso, gli zigomi pronunciati, la sua andatura era lenta e pesante; nel complesso sembrava un vitello sazio e annoiato. Ripassai dallo stesso luogo il giorno dopo e poi il giorno dopo ancora. Lo incrociai di nuovo; ogni volta che percorrevo la stessa strada lo scorgevo sempre; è buffo, ma era come se avessimo stabilito il luogo del nostro convegno con precisione matematica. Ci ritrovavamo all’altezza dei Quattro Canti, subito dopo il semaforo. O, se per caso ritardavo di qualche minuto, lo beccavo all’altezza di un negozio di strumenti musicali, poco più avanti.