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lunedì 10 marzo 2014

A prima vista

Quando apparecchio il tavolo 26, ci penso sempre. Ne è passato di tempo. Due, tre, quattro anni forse. La prima volta che lo incontrai era una rovente giornata di luglio. L’asfalto trasudava calore, come un piano cottura. Stavo risalendo Via Maqueda pensando ai fatti miei, quando lo incrociai. La sua figura attirò subito la mia attenzione. Indossava occhiali da sole modello mosca, portava una zazzera color carbone raccolta in un codino, aveva le spalle larghe e una pancia molto vistosa. Le gambe, invece, erano sottili, il viso era piatto e spigoloso, gli zigomi pronunciati, la sua andatura era lenta e pesante; nel complesso sembrava un vitello sazio e annoiato. Ripassai dallo stesso luogo il giorno dopo e poi il giorno dopo ancora. Lo incrociai di nuovo; ogni volta che percorrevo la stessa strada lo scorgevo sempre; è buffo, ma era come se avessimo stabilito il luogo del nostro convegno con precisione matematica. Ci ritrovavamo all’altezza dei Quattro Canti, subito dopo il semaforo. O, se per caso ritardavo di qualche minuto, lo beccavo all’altezza di un negozio di strumenti musicali, poco più avanti.

Ricordo che pensai “che persona insignificante”.
Si, proprio così. Insignificante.
Non so spiegarmi come si scatenò, ma fu antipatia a prima vista. Un colpo di fulmine al rovescio. Un’infatuazione al contrario. Bastò qualche giorno, qualche casuale incrocio di sguardi, per capire che lo odiavo perdutamente. Profondamente. Ogni volta che lo avvistavo, provavo un conato di vomito, una nausea diffusa all’ingresso dell’apparato digerente. Sentivo per lui ciò che si sente per una ferita infetta e purulenta. Fastidio, repulsione. Quella sua andatura così indolente, quell’espressione apatica sul volto mi mandavano in bestia; avrei voluto prenderlo a schiaffi, fargli contorcere il viso in una smorfia per vederlo reagire dietro agli occhiali. Non avevo mai provato nulla di così intenso, viscerale, corrosivo come quella passione intestinale.

Poi un giorno lui venne a sedersi con un amico proprio a questo tavolo, il 26. Andai io a prendere l’ordinazione. Mentre sceglieva dal menu non potei fare a meno di notare che la sua pancia faceva tre morbide pieghe prima di atterrare sulle cosce. L’amico ordinò del pollo, lui una lombata al sangue. Non c’era molta gente quel giorno, così mi appostai qui, dietro quest’angolo per spiarlo non vista. Lo osservai bene, come in una moviola. Lo vidi avventarsi animalescamente sulla bistecca senza curarsi delle posate. Afferrò con mani carnose il muscolo sanguinolento, se l’avvicinò alle labbra polpute e strappò un brandello di carne con un primo, famelico morso. Il suo viso si alterò in una piega di piacere, la bocca si contrasse in un sorriso. La mascella inchiodò il boccone e lo masticò vistosamente, con estrema lentezza. Poi di nuovo, alla carica. Stesso lavoro di presa, strappo e masticatura. Un boccone dopo l’altro, in un intervallo che sembrò eterno. Il pinzimonio gli unse le mani, gli colò giù per il mento, gli imbrattò i peli del pizzetto, gocciolò sulla camicia e sulla tovaglia a quadretti rossi e bianchi. Ma lui continuò a pasteggiare imprigionato nel suo atto di lussuria, il volto trasfigurato da un lascivo piacere cannibale. L’espressione apatica che gli avevo sempre vista appiccicata al volto … era sparita ! Ed io, per tutto il tempo, io non riuscii a strappare via gli occhi da quella bocca sformata e livida, da quei denti che azzannavano, macinavano, sminuzzavano. Un senso di ripugnanza esalò da ogni poro del mio corpo. Copioso, intenso. Come un orgasmo.
Finito il pranzo, i due chiesero il conto, pagarono e andarono via.
Solo allora mi avvicinai al tavolo.
Contai le banconote e raccolsi con una smorfia il piatto su cui lui aveva banchettato. Mi diressi immediatamente verso il sacco dei rifiuti per liberarmi dei pochi avanzi, una foglia di lattuga e una fetta di limone. Li vuotai nel sacco e rimasi a osservare le gocce d’olio miscelate al sangue bovino che colavano lentamente dentro al sacchetto di plastica. Tic, tic. Mi guardai attorno guardinga, avvicinai la stoviglia alla faccia e la tenni sospesa, a mezz’aria. Solo allora chiusi gli occhi e aprii la bocca, come una donna che schiude le cosce al piacere, … e leccai il piatto.



Monica Gentile