Google+

lunedì 13 luglio 2015

17

foto di Taylor Kennedy
Sono le nove e novantuno. Ennesima batosta.
Da quando hanno cambiato tutte le regole e pure l'orologio, lei non riesce a trovare un equilibrio. 
Non riesce a mettersi in piedi in orario. 
Non riesce a mantenere la rotta.

Non riesce.
L'era successa la stessa cosa con la dismessa dell'euro, ancora prima con l'oscuramento del pc e poco dopo l'azzeramento del suo stato patrimoniale.
Novità troppo grandi. 
Una vita in continua evoluzione, non è vita, non hai assestamento. 
Avrebbe mandato a vaffanculo la Patria, cercato volentieri una caverna e portato con sé un cane e una gallina; se solo avesse trovato tutto quanto nel giro di diciassette chilometri. 
Già, diciassette chilometri, quelli definitivamente reputati "spazio inviolabile", Patria appunto, per i diciassette anni stabiliti dal Governo Superiore.
Muoversi più in là, senza regolamentazione, avrebbe creato solo caos e dopo le disavventure del secolo precedente non si doveva più sbagliare. 
Un grande falò, davanti a quel che rimaneva di Piazza San Pietro, aveva incenerito miliardi e miliardi di passaporti. Quelli di tutti.
Confidava in un truffatore che fosse riuscito a salvarne qualcheduno, per il solito contrabbando: saziare la cupidigia per il proibito.
Vizi che né le vecchie religioni né le nuove leggi erano riusciti ad estirpare. 
Il solo pensiero la consolava. Avrebbe dato via mille litri d'acqua per rivederne uno. Tenere in mano un passaporto e materializzare così il ricordo della libertà. 
La libertà di rimanere in un posto e basta.
Magari prima o poi ci sarebbe riuscita.

Per l'assegnazione aveva tanto sperato almeno in un chilometro di spiaggia, ma non era stato così. L'era toccato un pezzo di deserto e allora aveva pensato che anche 17 chilometri erano troppi. 
Era obbligata a percorrerla almeno tre volte a settimana, quella distesa di sabbia e di niente. Procurarsi il necessario in quella minuscola oasi che si sdoppiava davanti ai suoi occhi facendole sbagliare direzione più volte, la testa avvolta nello shesh.
Ma doveva. Ne andava, diceva il Ministero della Sanità, della salute dell'individuo.
Se la ricordava bene la gallina, ricordava anche il cane.
Li detestava allora, la gallina perché era un gallo ed aveva la pessima abitudine di romperle i timpani con certi slogan assurdi, e il cane perché aveva l'abitudine di leccarle i piedi. 
Adesso avrebbe rotto i timpani lei stessa col gallo, o gallina che fosse, e avrebbe leccato i piedi al suo cane.
Ricordava palazzi e finestre, una straordinaria abbondanza di tutto. Poi tanti rumori che non riusciva a riprodurre in nessuna maniera. 
Si chiedeva spesso chi avesse preso alloggio nella sua ultima casa, non che avesse importanza.  Ma un tempo aveva valore essere nati nella parte migliore, adesso, fottuti da una disumana uguaglianza, era stato imposto il giro delle umanità. 
Un po' per uno si doveva migrare tutti: diciassette anni in diciassette chilometri. 
Non perdere il concetto di Patria era importante, ma capire che non è una sola la Patria lo era ancora di più. 
Ogni persona era ritenuta singolo individuo, per questo le famiglie venivano smembrate, i figli spediti in Patrie diverse, a genitori diversi.
Era importante mantenere il concetto di famiglia, ma capire che la famiglia non fosse quella d'origine, lo era di più.  

Nove e novantacinque, deve alzarsi. 
L'aspettano il deserto e il dovere di un buon cittadino.

Adelaide J Pellitteri