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martedì 23 febbraio 2016

L'eco di Dippold l'ottico

Famiglia di miopi, la mia. Su tutti i comodini, a passarci la sera, si potevano raccogliere nove-dieci paia di occhiali, considerando anche quelli di riserva.
Abbiamo provato ogni nuova lente, comprese quelle a contatto, ovviamente, ma niente: difetto non correggibile, almeno non al cento per cento, sentenziò il medico (l'ultimo luminare che la mamma aveva rintracciato a Stoccolma, dopo aver girato tutta l'Europa). Mia madre posò entrambe le mani sulla scrivania del Professore, e rimase senza parole. Mia sorella Sandra iniziò a piangere, pensando a quanto le stavano male quei fondi di bottiglia ed a quanto contribuissero a tenere alla larga da lei quel bellimbusto della quarta C di cui era innamoratissima, ma che non se la filava, pensava lei, proprio per via del difetto fisico. Arrivò persino a dire, in lacrime, che sarebbe stato meglio essere zoppa, che si sa che le zoppe tignano alla grande, mentre lei era destinata a rimanere zitella, con quegli orrendi cannocchiali.
Poi si rese conto che era politicamente scorretto, da esprimere, erano pur sempre gli  anni '50, e non lo disse mai più. Penso se lo sia tenuto dentro di sé per tutta la vita, perché ogni volta che assiste alle paraolimpiadi, alla Tv, sospira, ancora oggi che ha sessant’anni. 
Mio fratello Gianni battè un pugno sul tavolo e si girò di scatto contro la parete piena di tabelle optometriche. Forse pianse, non so. Quando tornammo a casa dichiarò ufficialmente che non aveva più voglia di fare l'ufficiale di marina, ma che avrebbe fatto il bancario, come papà. Papà sorrise e non disse nulla.
Io rimasi indifferente: per me essere miope, con quel po’ di residua capacità visiva, non era un handicap ma una incredibile chance in più, rispetto a tutto il mondo di normovedenti: io potevo sempre togliermeli, gli occhiali, e vedere molto più lontano di tutti gli altri. Che libertà, non prestare attenzione ai particolari. Dentro di me avevo ciò che contava ed era un gioco da ragazzi, proiettarlo all'esterno. Questo, mi faceva vedere oltre. 
Ancora oggi, ho dentro di me l'eco di una poesia.



Provate questa
Cosa vedete adesso? 
Una giovane donna e angeli chini su di lei.
Una lente più forte! E ora?
Molte donne dagli occhi luminosi e le labbra socchiuse.
Ah, capisco! Provate questa lente!
Solo uno spazio aperto — non vedo niente di particolare.
Bene, e ora?
Pini, un lago, un cielo d’estate.
Provate questa lente.
Abissi d’aria.
Magnifico! E ora?
Luce, soltanto luce, che trasforma tutto il mondo sottostante in giocattolo.
Benissimo, faremo gli occhiali così.
(Edgar Lee Masters - trad.Anna Pivano)

Monica Sapio